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Nature Always Wins (Maximo Park, 2021)

Il settimo album degli inglesi Maximo Park, Nature Always Wins, è uscito lo scorso 26 febbraio, al culmine di un’attesa lunga: il primo singolo Child of the Flatlands, è stato infatti pubblicato lo scorso settembre (non si era ancora manifestata la seconda ondata, tanto per intenderci). Insomma, si trattava di un album particolarmente atteso, sia per la portata di una band che, a ben vedere, è stata tra le più significative della nu-wave di inizio anni Duemila, sia per il periodo – diciamo così – non particolarmente florido per i motivi a noi ormai ‘tristissimamente’ noti.

Giù la maschera, dunque. Il disco ci piace, anche se servono un po’ di ascolti per apprezzarlo come si deve. E sviscerarne l’essenza, che, per una volta, è lontana dal tris di singoli estratti prima dell’uscita dell’album. Per dirla in un altro modo, Nature Always Wins non è ben rappresentato dai singoli scelti per la (ahinoi virtuale) promozione. È superiore. E questo è un bene: significa che il lavoro è stato ben concepito dalla band, sempre capitanata dal carismatico Paul Smith (consiglio spassionato: andate a scoprire anche le sue produzioni da solista). Una band, peraltro, che ha perso appena un paio d’anni da il tastierista Lukas Wooller; e, giusto per capire che peso avessero le tastiere nella produzione dei Maximo Park, originari di Newcastle-upon-Tyne, andatevi a riascoltare qualche ‘vecchio’ e indimenticabile successo come Our Velocity, tanto per non far nomi.

Vista la ‘dipartita’ di Wooller, era lecito aspettarsi un cambio di sonorità rispetto al passato. E cambio di sonorità, tutto sommato, c’è stato, anche se più contenuto rispetto a quello che il succitato Child of the Flatlands aveva fatto immaginare. Non a caso, il primo singolo estratto è stato piazzato alla fine del disco, che si apre invece con un paio di pezzi non trascendentali (Partly Of My Making, Versions Of You) prima di virare su un altro singolo di cui abbiamo parlato, Baby, Sleep, di evidente impronta autobiografica (paternità, ca va sans dire) ma tutt’altro che memorabile.

Attenzione, però. Da qui in poi il livello si alza. Ardour (ft. Pauline Murray, video qui sopra) è un tuffo nel passato, per niente stucchevole: potrebbe stare benissimo in uno dei primi due dischi, di gran lunga i nostri preferiti. Pollice assolutamente su anche per la cupa e un po’ psichedelica Meeting Up (che potrebbe stare, invece, in un disco degli ottimi Future Islands ed è forse la traccia più azzeccata), così come per la toccante Why Must A Building Burn?, che pare ispirata all’incendio del grattacielo residenziale londinese che un paio d’anni fa si portò via anche una coppia di ragazzi italiani. Placeholder, invece, ci fa capire che tra gli ascolti dei Maximo Park ci sono stati certamente (ma è difficile che non sia così per una indie-rock band inglese gli Smiths). Senza infamia e senza lode All Of Me, altro singolo, che difficilmente ci resterà in mente come, per dire, Graffiti o Apply Some Pressure. Child Of The Flatlands, invece, ci piace sin dal primo ascolto: potrebbe essere una strada da percorrere con più decisione in futuro.

Nature Always Wins (titolo quanto meno profetico…) è un passo avanti rispetto all’ultimo paio di dischi dei Maximo Park, che a nostro avviso non sono mai scesi sotto la soglia della decenza e ci hanno parecchio emozionato anche dal vivo, qualche anno fa, al Tunnel di Milano. Un album di ‘puro e semplice’ indie-rock, che dimostra di poter funzionare (e suvvia, anche emozionare) pure oggi, in un tempo dominato dalle fusioni. Se il guitar rock è tutt’altro che morto, anche il nostro caro vecchio indie non se la passa poi così male!

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