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Drunk Tank Pink (shame, 2021)

Drunk Tank Pink, sophomore degli inglesi shame (con la ‘s’ minuscola) è un disco riuscito. Pubblicato molto tempo dopo la sua ideazione e registrazione per via della pandemia dilagante, è stato accompagnato da un lungo hype che – ora possiamo dirlo – era pienamente giustificato.

Il perimetro di gioco degli shame è quel pericoloso e magnetico incrocio tra nu-wave e post-punk. Facile (forse troppo) l’accostamento con i soliti Fontaines D.C. e IDLES, monopolizzatori, soprattutto gli irlandesi, delle chart di fine anno di IndiExplosion e non solo (basta un veloce giro sul web…). Che l’ondata post-punk stia riportando il rock’n’roll duro e puro – quello che non conosce contaminazioni elettroniche, per intenderci – in cima alle classifiche è un fatto, a noi molto gradito. Che lo stia facendo in un momento in cui la musica live è bandita è un peccato incredibile e imperdonabile. Perché avremmo avuto di che divertirci! Invece, dobbiamo accontentarci di ascoltare lavori come Drunk Tank Pink soltanto su disco, sperando in un futuro nebuloso (a proposito, la cancellazione di Glastonbury per il secondo anno consecutivo inquieta tutto il mondo musicale).

drunk tank pink - shame

Facciamo però chiarezza: l’interpretazione di post-punk che danno gli shame è totalmente differente rispetto ai colleghi menzionati prima, ed è diversa, per dire, anche nel confronto con i Viagra Boys. In Drunk Tank Pink, gli shame si avvicinano a quella nu-wave che proprio una ventina d’anni fa faceva capolino e che ci avrebbe accompagnato per dieci anni e più. E non è un caso che a produrre l’album ci sia quel James Ford che fu artefice dello strepitoso successo degli Arctic Monkeys, tra gli altri, proprio a metà dei primi anni Duemila.

Ora, i componenti di molte delle band con cui alcuni di noi sono cresciuti (per che non avesse ben chiaro ciò di cui stiamo parlando, intendiamo questo) si avvicinano o superano i 40 anni. È ora di accogliere qualcuno che provi a ridar linfa a quel genere, con le sensibilità e le influenze di oggi. Imitare, non copiare, please.

E ci pare che gli shame abbiano ben chiaro il concetto. A partire da Alphabet, riuscitissimo primo singolo, per continuare con l’altro singolo Nigel Hitter o pezzi come Born In Luton o la stessa March Day, che (questa sì) pare scritta nel 2005. Ma nell’album c’è molto di più: il caos controllato di Water In the Well (video qui sopra), per esempio. O la bellissima tripletta più propriamente post-punk Great Dog6/1Harsh Degrees da cuori forti. Destrutturazione e sperimentazione caratterizzano Snow Day, che sembra esprimere più anime in un solo pezzo. La chiusura con l’incalzante Station Wagon (che bell’amalgama tra chitarre e batteria!), con uno spoken-word di gran livello, sembra voler rimandare al prossimo lavoro, con la sensazione che gli shame abbiano ancora molto da dire. E che, senza per forza avventurarci in confronti, nella stessa stanza di IDLES e Fontaines possono starci, eccome!

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